kodo 2Il suono del tamburo mi ha sempre affascinato. Non chiedetemi perché, ma ogni volta che sento un tamburo suonare, che sia un tamburello o meglio ancora un tamburo dal diametro di tre metri, la mia mente si blocca, totalmente affascinata, rapita e posseduta dalle vibrazione della pelle tirata su un cilindro e percossa da due bacchette di legno.

Uscirò per una volta dalla mia veste di “modaiolo” per parlarvi e descrivervi - spero di riuscirci - le emozioni che mi hanno scatenato, per l’ennesima volta, i tamburi di Kodò (due uniche tappe italiane a Milano, presso il Teatro Dal Verme, il 6 e 7 marzo).

 

Kodò è una formazione di soli strumenti fondata nel 1971, sull’isola di Sado, con lo scopo di far studiare e promuovere la musica tradizionale da un gruppo di giovani desiderosi di restare legati alle tradizioni del proprio paese: il Giappone. Punto focale della formazione è il taiko, il tamburo, sotto tutte le forme e timbri. Dal 1981 il gruppo si esibisce in giro per il mondo.

Kodò in giapponese vuol dire “battito del cuore”, ed è proprio lì che questa musica arriva senza fatica e sfacciatamente, fino a farmi esplodere in un pianto, direi imbarazzante, ma forse necessario. Eh si, ho pianto!

Lo spettacolo è durato più o meno due ore, diviso in due tempi (cinque canzoni ciascun tempo) con un intervallo di 20 minuti. Alcune delle musiche questa volta erano contaminate da due flauti giapponesi e dalla voce di una cantore che ricordava la classica musica del teatro giapponese, fatta di pause, note lunghe e potenti. Ma posso ammettere che ci stavano bene.

La parte più emozionante, e parlo sempre a livello personale, è stata quando i due suonatori, coperti solo dal classico slip dei lottatori di Sumo, hanno suonato il grandissimo tamburo appoggiato su un piedistallo a circa due metri di altezza, appoggiato a sua volta su un classico carro da guerra giapponese, quelli che durante le guerre trasportavano appunto i taiko che aprivano le “danze”, con lo scopo, grazie alla loro potenza, di spaventare il nemico e avvisarlo del proprio arrivo.

Un capolavoro artistico, scandito da vibrazioni gravi ma dall’intensità variabile, e dalla perfezione dei due corpi che si muovevano come uccelli eleganti e maestosi impegnati in un rituale sconosciuto ma ipnotizzante. La fatica era evidente, ma non era la protagonista; era solo il completamento di un capolavoro di cui anche Michelangelo sarebbe stato fiero. Non solo musica quindi, ma anche armonia dei corpi; e si, perché il corpo e la musica devono diventare una cosa unica mentre si suona il taiko. I suonatori sembrano ballare mentre suonano con una potenza incredibile i grandi tamburi, apparentemente senza sforzo e sempre in maniera elegante. Sincronia, movimento, vibrazioni alla stato puro e perfettamente perfetti; quasi imbarazzanti.

I tamburelli invece davano un senso di allegria. Invadenti e presuntuosi si insinuavano perfettamente tra le vibrazioni dei tamburi più grandi, creando l’armonia perfetta; la Sezione Aurea che solo la natura riesce a creare.

Standing ovation alla fine dello spettacolo; meritata e spontanea, ripagata da un brano fuori programma che ha lasciato ancora una volta gli spettatori ammutoliti e speranzosi che non finisse troppo presto.

Rabbia, stupore, incredulità, meraviglia e improvvisamente felicità: tutte emozioni che i tamburi giapponesi riescono a farti provare in un battito di ciglia.

E forza, tanta forza che mischiata all’eleganza dei movimenti e ai suoni, crea qualcosa che difficilmente si dimenticherà.